Mi rendo conto che sto assaporando nuovamente il piacere di viaggiare solitari. Senza dover rincorrere un gruppo. Con i nostri ritmi, sostando quando lo desideriamo. Non andiamo poi così veloci come dice Kim. Ci fermiamo per fotografare, per riposare e mangiare, per contemplare con calma.

Inoltre, ogni tanto, un pensiero improvviso, una visione, un suono, un colore, una faccia. Mi blocco e prendo appunti dominata dal mio incontrollabile e frenetico bisogno di mettere nero su bianco. O tento di scrivere anche mentre pedalo, annotando parole deformi e quasi indecifrabili che si adeguano mansuete allo sconnesso fondo stradale e ai miei precari equilibri.
Ripenso qualche volta anche al libro di Obes. Rifletto.

Obes racconta della sua esplorazione a due ruote e parla di sé senza inganni, per questo mi piace. Non vuole mostrarsi eroico a tutti i costi. Insegna a viaggiare con le proprie paure, frustrazioni ed entusiasmi. Dalle sue avventure e dal suo modo di vivere l'esperienza del viaggio ci si rende conto che il vero viaggiatore non è colui che si affanna per arrivare a una meta, ma chi riesce ad assaporare il percorso che si compie per raggiungerla.

Il luogo dove vorremmo già essere, il posto che ci attende. Ma nel mezzo, tra ciò che si lascia e ciò che si va a cercare, le emozioni del passaggio, gli occhi che osservano e il cuore che batte. Nel mezzo, spesso, la verità e l'onestà dell'itinerario.

Chicken è solo un punto per sostare durante la notte, tuttavia è stato nel tragitto il momento più importante ed esaltante, anche se impegnativo e talvolta molto faticoso.

Il sottosella mi duole, eppure non sono venuta qui per lamentarmi, ma per proseguire nella concreta, quanto intima esplorazione di una mia personale geografia terrestre. È nel contempo lo studio e la scoperta di me stessa oltre le regole stabilite, al di fuori del mio limitato giardino e al di là dei giudizi affrettati. Un itinerario tra i labirinti della mente e del corpo che spesso mi sorprende con insospettabili rivelazioni. Viaggio nel viaggio: un metaviaggio.

Chicken nondimeno a dir poco spettacolare: una strada sterrata principale, e mi sa l'unica, e un intorno di montagne e tundra. Il centro del villaggio è semplicemente una fila di due gift shop, un restaurant-cafè e un saloon. L'essenziale, appunto.

Le costruzioni tutte rigorosamente in legno, con insegne di legno o in ferro battuto, allegre e invitanti. Pittoreschi persino i bagni con decorazioni di galli e galline per separare uomini e donne. Tutto qui.

Segato, Sandra. Nella terra degli orsi in bicicletta tra Canada e Alaska. Portogruaro: Ediciclo, 2007.

Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni.

Lévi-Strauss, Claude. Tristi tropici. 7a ed. Milano: Il Saggiatore, 1978.

Questa grande civiltà occidentale, creatrice delle meraviglie di cui godiamo, non è certo riuscita a produrle senza contro-partita. Come la sua opera più famosa, pilastro sopra il quale si elevano architetture d'una complessità sconosciuta, l'ordine e l'armonia dell'Occidente esigono l'eliminazione di una massa enorme di sottoprodotti malefici di cui la terra è oggi infetta. Ciò che per prima cosa ci mostrate, o viaggi, è la nostra sozzura gettata sul volto dell'umanità.

Lévi-Strauss, Claude. Tristi tropici. 7a ed. Milano: Il Saggiatore, 1978.

Ed ecco davanti a me il cerchio chiuso: meno le culture umane erano in grado di comunicare fra loro, e quindi di corrompersi a vicenda, meno i loro rispettivi emissari potevano accorgersi della ricchezza e del significato di quelle differenze. In fin dei conti, sono prigioniero di un'alternativa: o viaggiatore antico, messo di fronte a un prodigioso spettacolo di cui quasi tutto gli sfuggiva - peggio ancora, gli ispirava scherno e disgusto - o viaggiatore moderno, in cerca di vestigia di una realtà scomparsa.

Lévi-Strauss, Claude. Tristi tropici. 7a ed. Milano: Il Saggiatore, 1978.

Che il villaggio sia alle Baleari, alle Maldive, o ai Caraibi non cambia molto se non, ma neanche troppo, per la cucina. Non la pensano così i clienti, per la gran parte dei quali quel che conta è non è tanto come si è stati e cosa si è visto, quanto il poter dire di essere andati all'altro capo del mondo.

Bellezza, Giuliano. Geografia e beni culturali riflessioni per una nuova cultura della geografia. Milano: F. Angeli, 1999.

Una volta andai a Minneapolis in auto, e decisi di fare la strada secondaria per godermi il paesaggio. Ma non c'era niente da vedere. Solamente una pianura bollente, campi di grano e soia, una gran quantità di maiali. Di quando in quando si intravedeva una fattoria, o un paesino sonnolento, dove soltanto le mosche erano sveglie. Mi ricordo un rettilineo, di un paio di chilometri, tremolante nella calura, e in lontananza, sul ciglio della strada, un puntino scuro. Mi accorsi, avvicinandomi, che era un tale seduto su uno scatolone in un'aia di un paesino di quattro case, che poteva chiamarsi Letamaio o Pisciatoio. Osservava il mio arrivo con gli occhi fuori dalle orbite. Gli sfrecciai davanti e nel retrovisore vidi che il suo sguardo mi seguiva, finché non sparii nella foschia. Fu questione di cinque minuti, ma non mi sorprenderebbe sapere che ogni tanto quell'uomo ripensa a me.

Bryson, Bill. America perduta in viaggio attraverso gli U.S.A. Milano: Feltrinelli Traveller, 1993.

Arrivai a New York nel pomeriggio. Presi una camera in un hotel vicino a Times Square. La stanza costava 110 dollari a notte ed era così piccola che se volevo girarmi dovevo uscire nel corridoio. Mai mi era capitato di stare in una stanza dove potevo, allargando braccia e gambe allo stesso tempo, toccare tutte e quattro le pareti. Feci tutto ciò che si fa in un hotel - giocherellai con le luci, accesi la tivù, sbirciai nei cassetti, misi tutti gli asciugamani e i posaceneri nella valigia - poi uscii per farmi un giro in città.

Bryson, Bill. America perduta in viaggio attraverso gli U.S.A. Milano: Feltrinelli Traveller, 1993.

Tuttavia, un pessimo servizio non mi da mai fatidio. Non mi fa sentire in colpa se non lascio la mancia.

Bryson, Bill. America perduta in viaggio attraverso gli U.S.A. Milano: Feltrinelli Traveller, 1993.

Uno dei lati positivi della California è che ti basta poco per capire che è una terra di contrasti assoluti. Lo stato ha una situazione geografica stranissima. Il punto più basso d'America si trova nella Death Valley - 850 metri sotto il livello del mare - e al tempo stesso, su di essa si affaccia il punto più alto (senza contare l'Alaska) - il Mount Whitney, di 4553 metri. Volendo, prima si potrebbe friggere un uovo sul tettuccio dell'auto nella Death Valley, poi andare su un ghiacciaio a 50 chilometri di distanza e surgelarlo.

Bryson, Bill. America perduta in viaggio attraverso gli U.S.A. Milano: Feltrinelli Traveller, 1993.

Ogni tanto capitava che qualcuno ci chiedesse se il viaggio ci aveva cambiati. Non mi sentivo diversa da prima, e non sapevo cosa rispondere. Non andavamo in cerca di epifanie rivelatrici su noi stessi, volevamo semplicemente scoprire qualcosa sul mondo.

Tuttavia, a poco a poco, in maniera quasi impercettibile, il mondo intorno a noi era cambiato, e noi con lui. Fisicamente ci sentivamo sempre più in formae avevamo imparato ad adattarci alle stagioni; ci eravamo abituati ai tafani e al caldo della costa della Columbia Britannica, alla pioggia dell'Alaska sud-orientale, ai venti della Lost Coast e al freddo pungente del bacino del Copper. Soprattutto era cambiata la nostra percezione.

McKittrick, Erin. La strada alla fine del mondo. Torino: Bollati Boringhieri, 2010.

Ero sulla soglia di parecchie migliaia di ettari di splendida foresta, condivisa dalla Worthington State Forest e della Delaware Water Gap National Recreation Area. Il sentiero era curato e ripido quanto bastava perché vi si potesse fare esercizio all’aria aperta senza sottoporsi a un’ossessionante tortura.

Bonus finale dell’esperienza: ero in possesso di cartine eccellenti. Mi trovavo infatti nelle mani cartograficamente premurose della New York – New Jersey Trail Conference, le cui carte topografiche sono stampate in ben quattro colori: verde per le foreste, blu per l’acqua, rosso per i sentieri e nero per le scritte. Si tratta di mappe chiaramente ed abbondantemente dettagliate e in scala ragionevole (1:36'000), e che indicano anche tutte le strade di collegamento e i sentieri secondari. È come se riuscendo a farti sapere dove ti trovi traessero una qualche forma di personale piacere.

Non sono in grado di spiegare che genere di soddisfazione si provi nel poter dire, guardando una carta: “Ah, ecco dov’è Dunnfield Creek” o “Quella laggiù dovrebbe essere Shawnee Island”. Se tutte le cartine dell’Appalachian Trail fossero state precide anche solo la metà di queste, avrei goduto dell’esperienza almeno il 25% in più. Mi resi conto infatti che gran parte della mia indifferenza nei confronti dell’ambiente che mi circondava risiedeva semplicemente nel fatto che non avevo idea di dove mi trovassi. Ora finalmente potevo orientarmi, avere una percezione di quello che mi aspettava e sentirmi in qualche modo in contatto con un paesaggio in perenne mutazione eppure comprensibile.

Bryson, Bill, e Mondadori. Una passeggiata nei boschi. Parma: Guanda, 2000.

Siamo nell'albergo intitolato Hôtel de l'Amitié e mi chiedo di che razza d'amitié si tratta. I turisti qui sequestrati si capisce al volo che non hanno nessuna voglia di parlarsi e neanche di vedersi l'un con l'altro. In ascensore non sanno dove mettere gli occhi, fare amicizie sembra proibito.

Celati, Gianni. Avventure in Africa. Milano: Feltrinelli, 1998.

Gli ultimi 8 anni li ho passati viaggiando. Prima di iniziare questa vita vagabonda avevo 27 anni, vivevo in un paese della provincia di Venezia, lavoravo come dipendente e la ragazza che amavo da una vita si era appena sposata. Mi sentivo in gabbia. Avevo un amico che come me voleva scappare dalla routine e un giorno, seduti al tavolo della cucina di casa mia, guardammo la piantina del mondo appesa al muro e puntammo il dito a caso. Si fermò sull’Australia. Quando entrai nell’ufficio del dirigente del mio ufficio e gli dissi che me ne sarei andato, lui mi chiese se volevo un aumento. “No – gli risposi – voglio viaggiare”. Qualche settimana dopo eravamo in Australia, decisi a restarci a lungo.

De Giglio L., Il mio lavoro di giramondo.

Un viaggio di un anno in giro per il mondo è un'opportunità per imparare qualcosa di più sulla geografia del nostro pianeta. Più vado avanti, infatti, e più mi rendo conto di quanto le nostre conoscenze in questo campo siano contaminate da una percezione distorta della realtà che ci circonda. Ogni popolazione ne è vittima, a modo suo, a seconda del paese in cui vive, del continente, del clima e della filosofia che ne ha formato la cultura in secoli e secoli di storia.

Di Stefano, Alberto. Il giro del mondo in barcastop. Milano: Feltrinelli, 2007.

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