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Phileas Fogg, l'eroe di Jules Verne, oggi potrebbe fare il giro del mondo in molto meno di ottanta giorni, senza cambiare ambientazione (frequenterebbe, da un capo all'altro del mondo, le stesse catene alberghiere), senza smettere di guardare le stesse serie televisive o di apprendere il diretta (live) su BBC News le notizie del suo paese, senza dover interrompere i contatti con i suoi amici grazie al telefono e a Internet; e così attraverserebbe, senza vederli, i mondi più diversi e più sconvolti dalla storia: l'uniformazione dello spazio, da questo punto di vista, è un corollario dell'accelerazione del tempo.


Augé, Marc. Che fine ha fatto il futuro? Dai nonluoghi al nontempo. Milano: Elèuthera, 2009.

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Quando venne servita la cena, coraggiosamente entrai e mi sedetti alla sinistra del capitano. Ero assolutamente determinata a resistere ai miei impulsi, ma tuttavia in fondo al cuore avevo una debole, vaga sensazione di aver trovato qualcosa di più forte della mia volontà.

La cena cominciò molto piacevolmente. I camerieri di muovevano quasi senza far rumore, mentre l’orchestra suonava un’ouverture; il capitano Albers, bello e gioviale, prese posto a capotavola e i passeggeri che erano seduto al suo tavolo cominciarono a mangiare con lo stesso gusto di un ciclista entusiasta della bella strada. Ero l’unica al tavolo del capitano che si poteva definire marinaio d’acqua dolce. Ero amaramente conscia di questo fatto, come lo erano gli altri.

Potrei tranquillamente confessare che, mentre servivano la minestra, ero persa in pensieri dolorosi e invasa da uno sgradevole timore. Avvertivo che tutto era perfetto, come un regalo di Natale inatteso, e mi accinsi ad ascoltare i commenti entusiastici sulla musica fatti dai miei compagni, ma i miei pensieri erano rivolti a una questione che non ammetteva discussioni.

Avevo freddo, avevo caldo; sentivo che, se anche non avessi visto cibo per sette giorni, non avrei sofferto la fame; in realtà avevo un grande, vivo desiderio di non vederlo, non annusarlo, non mangiarlo sino a quando non avessi raggiunto la terraferma o un miglior controllo di me stessa.

Servirono il pesce e il capitano Albers era nel mezzo di una bella storia quando mi accorsi che non ce la facevo più. “Scusatemi” sussurrai debolmente e mi precipitai fuori di corsa, alla cieca. Fui scortata in un angolo remoto dove, dopo una breve riflessione e un piccolo sfogo delle mie emozioni fin lì trattenute, mi ripresi con coraggio, e decisi di accettare il consiglio del capitano tornando al pranzo interrotto.

“L’unico modo di vincere il mal di mare è sforzarsi di mangiare” aveva detto il capitano e decisi che il rimedio era abbastanza innocuo da poter essere sperimentato.

Al mio ritorno, si congratularono con me. Avevo la fastidiosa sensazione che mi sarei comportata di nuovo male, ma tentai di non darlo a vedere. Successe di lì a poco ed io sparii alla stessa velocità di prima.

Di nuovo ritornai. Questa volta i miei nervi erano traballanti e la fede nella mia determinazione si stava indebolendo. Mi ero appena seduta quando colsi un lampo divertito nell’occhio di un cameriere che mi fece seppellire il viso nel fazzoletto e soffocare prima che riuscissi ad allontanarmi dalla sala da pranzo.

I “brava” che gentilmente accolsero il mio terzo ritorno a tavola minacciarono di farmi di nuovo perdere il contegno. Fui felice di sapere che il pranzo era appena finito ed ebbi anche la sfacciataggine di dire che era stato molto buono!

Bly, Nellie. Around the World in Seventy-Two Days. New York: The Pictorial Weeklies Company, 1890.

(traduzione: I sapori del viaggio, RCS Libri, 2008)

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Questa specie di località turistica è peggiorata sempre più da quando ci andai la prima volta negli anni Settanta. L'unica ragione per portarsi secchiello e paletta sulla spiaggia di Black-pool è per raccogliere la cacca dei cani e i preservativi usati, prima di sedersi. Non riesco proprio a capacitarmi di come ci si possa divertire in quel posto orrendo. A meno che la famosa vacanza inglese non consista esclusivamente nel bersi trenta pinte di birra, vomitare su qualsiasi cosa si muova, prendere a pugni chiunque si avvicini a meno di tre metri, cagare sulla pensilina dell'autobus, e infine beccarsi una schifosa infezione da una puttana incontrata su un pullman diretto a Grimsby.

Kieran, Dan, and Mondadori. Cinquanta vacanze orrende: storie di viaggi infernali. Torino: Einaudi, 2008.

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Dopo aver chiacchierato di svariati argomenti mi informai sulla biblioteca e chiesi se potevo visionarne il contenuto. L’agoumenos si dichiarò lieto di mostrarmi tutto quello che il monastero conteneva. “Ma prima” disse “desidero offrirvi qualcosa di squisito per colazione e per mostrarvi tutta la benevolenza che nutro per un ospite così illustre, lo preparerò con le mie mani e sarò presente mentre lo mangiate, perché è davvero un piatto delizioso che non viene offerto a chiunque”. “Bene” pensai “una buona prima colazione è un’ottima cosa”. La fresca aria di montagna e la buona notte di sonno mi avevano messo appetito, così espressi il mio ringraziamento per la gentile ospitalità dell’abate ed egli, sedendosi di fronte a me sul divano, procedette a preparare la sua ricetta. “Questo” disse presentando una bacinella poco profonda piena a metà di pasta bianca “è il principale e più gustoso ingrediente del famoso piatto: è composto da teste d’aglio triturate con un po’ di zucchero. Nell’impasto verso l’olio nelle dovute proporzioni, delle fettine di buon formaggio –sembrava che fosse del tipo bianco acido che assomiglia a quello chiamato in Italia meridionale caccia cavallo – e vari altri buoni condimenti. E adesso è pronto!” Rimestò quel gustoso pasticcio con un grande cucchiaio di legno sino a quando nella stanza, nel corridoio e nelle celle, al di là della collina e della valle non si sparse un aroma che non si può descrivere. “Ecco” disse l’agoumenos, spezzettando dentro alcuni pezzi di pane con le sue mani grandi e alquanto sporche “questo è un piatto degno di un imperatore! Mangiate, amico mio, mio illustre ospite, non siate timido. Mangiate. E quando avrete pulito la ciottola, andrete nella biblioteca e dovunque vogliate andare; ma non andrete da nessuna parte sino a quando non avrò avuto il piacere di vedervi rendere giustizia a questo cibo delizioso, che, ve lo assicuro, non troverete altrove”.

Ero estremamente turbato. Chi avrebbe mai immaginato un martirio così atroce? La mela acerba dell’eremita nella valle sottostante era niente, una quisquilia al confronto! Quando mai si è visto somministrare ad uno sfortunato bibliofilo una medicina come questa? Sarebbe stata sufficiente a convincere tuto il Roxburgh Club a non avere mai più a che fare con libri e biblioteche.

Curzon, Robert. Visits to monasteries in the Levant. London: John Murray, 1849.

(traduzione: I sapori del viaggio, RCS Libri, 2008)

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Fui costretto ad andare in vacanza con tutta la famiglia in Florida per incontrare il nuovo fidanzato di mia sorella. Non è che siamo così affezionati, ma era il Giorno del Ringraziamento, la scuola era chiusa e mi dissi, «Ma sì, chi se ne frega».
Il secondo giorno qualcuno ebbe la grande idea di fare una gita alle Bahamas. Arrivammo presto al traghetto, e ci diedero una colazione schifosa. Mentre la nave si staccava dalla banchina notai con la coda dell'occhio una donna in difficoltà. Era sulla settantina e cercava di tenere in equilibrio un vassoio con sopra delle uova mal cotte e del caffè. Mi voltai verso di lei, chiedendomi se non fosse il caso di andarle in aiuto, ma prima che potessi alzarmi in piedi la donna era già scivolata per una quindicina di metri sul ponte, atterrando sulla faccia. Fu allora che mi resi conto che eravamo a circa un chilometro dalla costa, e il mare era già piuttosto agitato. Io e il mio futuro cognato, chiamiamolo Steve, decidemmo per prudenza di spostarci fuori, sul ponte, vicino alle ringhiere. Trovammo un posto fantastico vicino a uno dei solarium, e cercammo di non pensare al movimento su-giù della nave: calma piatta per un attimo e onde continue subito dopo. Improvvisamente il vento aumentò parecchio e uno spruzzo gigante ci investì entrambi. All'inizio non avevo capito che cosa era successo, poi mi accorsi che il povero Steve aveva la colazione semidigerita di qualcun altro sui capelli, e che la mia camicia era coperta di bile puzzolente. Da li in avanti le cose andarono sempre peggio, e nel giro di un'ora stavamo male tutti quanti. Le ringhiere erano prese d'assalto da passeggeri che vomitavano in mare. Decisi di avventurarmi all'interno. Errore gigantesco: le uniche persone che stavano sotto coperta erano i passeggeri troppo malati, vecchi e incapaci di uscire. Persino l'equipaggio vomitava nei bagni, li ripuliva un po', per poi rivomitarci dentro. Il vomito praticamente ricopriva tutti i corridoi e si spostava a ondate.
Era decisamente troppo per me, mi rassegnai al mio destino, e tornai alla ringhiera. Mi sistemai accanto a una famiglia e svuotai il contenuto del mio stomaco parecchie volte in mare. E non prendo parte spesso alle attività di gruppo. Dopo un'ora così, con i muscoli dello stomaco contratti, decisi di raggiungere il resto della mia famiglia. Cercai per un bel po', ma non è facile distinguere una persona che vomita accartocciata alla ringhiera di una nave da un'altra. Finalmente ritrovai mia madre. Era riuscita ad afferrare un cestino delle immondizie e a monopolizzarlo per suo uso personale. Era pieno per metà, mi augurai solo che non fosse tutta roba sua.
Alla fine arrivammo a Nassau, e fu un paradiso poter posare i piedi a terra. Il tempo passò velocemente e molto presto ci ritrovammo all'imbarco per il viaggio di ritorno, che grazie a Dio fu normale.

Kieran, Dan, and Mondadori. Cinquanta vacanze orrende: storie di viaggi infernali. Torino: Einaudi, 2008.

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Arrivammo per tempo a Fyaukmyaung, o Kyoukmoung, o come volete chiamarlo, noto per essere stato uno o due anni fa saccheggiato dai briganti. Eravamo stanchi del solito riso e Lowe, nella sua ingenuità, suggerì una cena a base di pesce. L’idea era brillante, ma per poco non ci uccise tutti e tre. Avevamo mangiato zampe di rana in Francia e osservato con tranquillità il consumo di papaveri in Cina. Era quindi appropriato un pasto di nga-pee birmano.

Dopo che ci fummo ripresi dal nostro malessere, facemmo indagini sul modo in cui veniva preparato il cibo. Prima di tutto il pesce veniva pescato e messo a seccare al sole per tre giorni. Il pesce morto, ma che si muoveva ancora, veniva poi pestato con molto sale, e messo in un vaso di terracotta: quando si toglieva il coperchio, tutti, anche a otto chilometri di distanza, sapevano cosa c’era dentro.

Il nga-pee, me ne resi conto ben presto, era una prelibatezza che poteva essere apprezzata solo dai palati più raffinati. Il sapore è originale: è salato, quasi come burro rancido aromatizzato con formaggio di Linburg, aglio e olio di paraffina. L’odore è più interessante del sapore. Non passa inosservato.

Fraser, John Foster. Round the world on a wheel. London: Methuen & Co., 1899.

(traduzione: I sapori del viaggio, RCS Libri, 2008)

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Durante le vacanze estive del mio primo anno di università andai a Cornwell, dove ero stato invitato da una ragazza che viveva nel mio stesso residence studentesco, il tipo di ragazza con la quale mi sarebbe piaciuto avere una relazione del sesto grado; così, nell'entusiasmo del primo anno di libertà dalla famiglia, ero sicuro che sarebbe stata una settimana di sesso disinibito a volontà, magari sulla spiaggia.
Il viaggio in treno fu interminabile, comunque molto più lungo del previsto, però mi tenevano compagnia le fantasie erotiche sempre più complicate che avevo in testa, e non mi annoiai. Arrivato alla stazione di Cornwell mi venne incontro la ragazza con il suo fidanzato, un tipo con la barba e la giacca nera di pelle, che aveva qualcosa a che fare con le armi nucleari della Marina. Mi accompagnarono a casa della madre di lei, e li mi presentarono il fratello minore, un vegetariano con la faccia incazzata, che parlava l'esperanto e aveva appena confessato ai genitori di essere gay. Fu a quel punto che capii il perfido piano della tipa: pensando che anche io fossi gay, mi aveva invitato a casa per farmi conoscere il fratello e magari farci mettere insieme. La madre mi confidò che l'aveva appena visto in bagno mentre si provava un nuovo tanga. E mi fece pure l'occhiolino. Passai una settimana orribile, a visitare i posti turistici strizzato tra due uomini sul retro di una Datsun Sunny. Mi venne la stitichezza.

Kieran, Dan, and Mondadori. Cinquanta vacanze orrende: storie di viaggi infernali. Torino: Einaudi, 2008.

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Scendemmo a cena e solo il fatto di non aver toccato cibo da molte ore avrebbe potuto costringermi a mangiare in un simile luogo. Eravamo in una stanza lunga, al centro della quale stava un tavolo apparecchiato per cento persone. Ogni posto sulla panca, di fattura piuttosto grezza, era occupato. Il pavimento era appena stato lavato ed emetteva un fetido odore di umidità. Da un lato c’era un grande camino dove, a dispetto della giornata calda, erano in atto varie operazioni, che andavano sotto il nome generico di cucina. All’estremità della stanza c’era un lungo trogolo o lavello di piombo, dove tre sguatteri, unti e senza scarpe, erano costantemente impegnati a lavare i piatti che poi asciugavano nei loro grembiuli. I piatti però non venivano lavati, ma solo risciacquati superficialmente. C’erano quattro camerieri dall’aspetto di briganti con barbe e baffi incredibili.

A tavola non c’era una gran varietà. C’erano otto zampe di montone bollite, quasi crude, sei polli vecchi le cui cosce avevano la consistenza delle corde di una chitarra, un maiale arrosto  guarnito con cipolle che nuotava nel grasso e, come verdura, patate americane, pannocchie di granoturco e zucca. Una tazza di tè bollente, addolcito con melassa, stava di fianco ad ogni piatto e la compagnia non consumò alcun tipo di bevanda alcolica. Non c’erano trincianti, così ognuno doveva cavarsela con il proprio coltello e qualcuno fra i presenti tagliò la carne con destrezza usando il coltello da caccia che aveva nella cintura. Non c’erano neppure cucchiaini per il sale, così ciascuno immergeva il suo coltello unto nella piccola saliera di peltro. La cena ebbe inizio e, dopo aver soddisfatto il mio appetito con il piatto meno ripugnante, vale a dire il maiale arrosto guarnito con cipolle, ebbi tempo di guardarmi attorno.

Bird, Isabella. The Englishwoman in America, 1856.

(traduzione: I sapori del viaggio, RCS Libri, 2008)

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Quanto alle forme date al pelo, sono infinite: baffi, strisce, cuori, farfalle, saette, occhi, stelle, foglie di marijuana a cinque punte. Con i nuovi modi di depilare il pube femminile è nata anche una nuova terminologia che ne definisce lo stile. Il cosiddetto Tiffany box, per esempio, è una scultura del triangolo a forma di cofanetto di gioielli: il pelo viene poi tinto nella classica tonalità blu Tiffany, ma anche color fucsia o verde mela. Quando sul monte rimane soltanto un ciuffetto, come all'ultimo dei mohicani, il taglio si chiama Beckham. Stile Hollywood, invece, è la rasatura completa tipo statua greca, detta anche Moby Style per via della testa pelata dell'omonimo cantante.

(Canestrini, Duccio. I misteri del monte di Venere : viaggio nelle profondità del sesso femminile. Milano: Rizzoli, 2010.)

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Gli antropologi sono convinti che uno dei pochi posti rimasti sulla terra dove ancora esistono popoli mai venuti in contatto con la civiltà occidentale sia West Papua, in Indonesia. La Papua Adventures, fondata da Kelly Woolford, offre vacanze «First Contact» di tre settimane in loco: «un'immersione totale nel mondo dell'esplorazione». Tuttavia andare alla ricerca di tribù primitive a centinaia di chilometri dalla civiltà può essere piuttosto pericoloso. Un turista, giornalista della rivista «Outside», racconta di aver inciampato in un serpente a sonagli (uno dei più velenosi al mondo), di essere stato inseguito da aborigeni urlanti e infine di aver dovuto attraversare a nuoto un fiume infestato dai coccodrilli per sfuggire alle frecce scagliate dalla tribù. Ma molti autorevoli antropologi hanno sollevato dubbi sull'autenticità delle spedizioni organizzate da Woolford, e uno di loro è arrivato a dichiarare: «Secondo me è tutto finto». Woolford respinge ogni accusa, invita gli scettici a partecipare a uno dei suoi viaggi nella giungla e giudicare da sé.

Kieran, Dan, and Mondadori. Cinquanta vacanze orrende: storie di viaggi infernali. Torino: Einaudi, 2008.

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Per mesi avevo atteso con impazienza la settimana di vacanza «tutto compreso» da trascorrere con due amici. Sette giorni sdraiati sulla spiaggia; a fumare sigari e a visitare la Avana dei locali notturni... Mmmh, non proprio.
Arrivammo in hotel e subito ci fu consigliato di rimanere all'interno del complesso alberghiero per l'intera durata del soggiorno, e di non avventurarci per nessuna ragione nel paese fuori di li. E già questo era piuttosto lontano dalle vecchie Cadillac scolorite che avevano percorso le strade della mia immaginazione. Venne fuori che come al solito la brochure ci aveva ingannato, e che ci trovavamo a chilometri di distanza dall'Avana. L'hotel aveva una spiaggia privata, con una recinzione sorvegliata da guardie armate che impedivano l'accesso agli abitanti del luogo.
Un po' allarmato dalla presenza delle guardie chiesi a un barman perché si trovavano li. «Per evitare che i locali vi molestino chiedendovi continuamente soldi, rovinandovi la vacanza», rispose. Bello stare in vacanza dalla parte dell'apartheid economico. Non mi ricordo affatto che se ne facesse menzione nella brochure pubblicitaria. Passai il resto della vacanza soverchiato dal senso di colpa e di disprezzo per me stesso. Devo dire che fu un chiaro esempio di «occidentale in vacanza che vive come un re con tutto il cazzo di denaro estorto alle nazioni in via di sviluppo dal suo paese, il quale ha inventato il protezionismo commerciale e lo sfruttamento, il cosiddetto "libero mercato"».
Per dio, quella vacanza mi ha trasformato in un fottuto hippy, e questo di sicuro sulla brochure non c'era scritto...

Kieran, Dan, and Mondadori. Cinquanta vacanze orrende: storie di viaggi infernali. Torino: Einaudi, 2008.

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Ero decisa a trascorrere le mie meritate vacanze leggendo e facendo yoga sulla meravigliosa spiaggia di Paolem a Goa. Appena arrivata mi sistemai in un bungalow molto carino e passai il resto della giornata a chiacchierare con quelli del posto, dei tipi incredibilmente socievoli. Per cena mangiai uno dei migliori curry della mia vita, innaffiato da un lassi dolcissimo. Ero stato invitata a un party sul tetto di una casa, ma ero appena arrivata e soffrivo ancora di jet leg, perciò ringraziai i miei nuovi amici e me ne tornai nel bungalow. Mi svegliai a mezzanotte, sentendo un vago brontolio nello stomaco. Nel giro di dieci minuti il brontolio era diventato gorgoglio e dopo poco il gorgoglio era un'agonia lancinante. Mi trascinai fino al «bagno» ma sbagliai la mira. Nella fretta non riuscii a centrare il buco fetido scavato nel pavimento che serviva da wc. Però il dolore era diminuito, e ne ero così felice che non mi importava di aver spruzzato di merda il pavimento e le mie stesse gambe. Cercai di ripulire al meglio il casino che avevo combinato, pensando di scappare di nascosto all'alba. Tornai a letto sentendomi una vera viaggiatrice, e stavo per addormentarmi quando il gorgoglio ricominciò. Questa volta feci in tempo ad arrivare al buco, accucciandomi come un cane e scossa dai brividi, e mentre mi apprestavo a far uscire un po' di liquami puzzolenti, ecco che cominciai pure a vomitare il resto del curry. Dopo diversi viaggi tra il letto e il bagno mi arresi, e decisi di starmene distesa sul pavimento, tutto sudata e tristissima. Restai li per tutto il resto della notte, e ogni dieci minuti qualcosa usciva dal mio corpo, da sopra e da sotto. La mattina dopo, debole e completamente disidratata cercai di tirarmi su e farmi una doccia, di cui avevo davvero bisogno. Litigai per un po' con il docciatore, non vedevo l'ora di togliermi da dosso la puzza. A un certo punto svitai tutto e immediatamente fui investita da un getto di liquami della fogna. Pare che a Paolem ci siano i tramonti più belli dell'India, ma io non ne ho visto neanche uno. La diagnosi della Lonely Planet fu «dissenteria» e rimasi in questo stato per tutto il resto della vacanza. Forse non ci crederete, ma c'è di peggio. Poco prima di ripartire un tipo che vendeva pietre preziose mi ha fregato, ripulendomi di 200 sterline (273 euro). Sono tornata a casa magra come un chiodo e senza un soldo.

Kieran, Dan, and Mondadori. Cinquanta vacanze orrende: storie di viaggi infernali. Torino: Einaudi, 2008.

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Per dodici anni l'attrazione principale della città di Chucuito in Perù è stato un enorme fallo di pietra, alto più di un metro e mezzo. Si diceva fosse un antico monumento alla fertilità degli Inca. Milioni di turisti e di donne senza figli si sono fatti fotografare lì davanti, solo per scoprire più tardi che si trattava di un falso. A quanto pare la popolazione locale aveva costruito il finto monumento per far accorrere i turisti.

Kieran, Dan, and Mondadori. Cinquanta vacanze orrende: storie di viaggi infernali. Torino: Einaudi, 2008.

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Post-House, St. George, a sei leghe da Lione

Sono preciso nell’intestare questa lettera nella speranza che i viaggiatori inglesi possano evitare il luogo da cui scrivo, o fermandosi poco, o tenendosene lontani, dato che è la sola struttura del villaggio ad accogliere i viandanti, ed è la peggiore in cui mi sia imbattuto in tutto il viaggio.

Thicknesse, Philip. A year’s journey through France, and part of Spain. London: Printed for W. Brown, 1789.

(traduzione: I sapori del viaggio, RCS Libri, 2008)

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