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Viaggio intorno al globo, Roggero Dollfus

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Nell'ottobre 1900 l’egregio nostro concittadino dr. Roggero Dollfus partiva dal Ticino per recarsi a fare un viaggio intorno al globo. Fin dai primi giorni egli prese a scrivere regolarmente alla famiglia le proprie impressioni: le sue lettere, stese in lingua francese e certo non destinate dal suo autore alla pubblicità, portavano un carattere simpaticissimo di sincerità, di freschezza; di evidenza, che avvinse tutti coloro cui fu dato di leggerle. Il sottoscritto si fece ardito a pregare la cortese famiglia Dollfus di permettere la riproduzione nel "Corriere del Ticino" di quelle note di viaggio: non solo il permesso fu accordato, ma la gentilissima signora Laura, la mamma del giovane viaggiatore, si assunse la cura della traduzione in italiano.

Così, man mano, per quasi un anno, apparvero nel "Corriere" le lettere del globe-trotter, descriventi l'Egitto, l'India, la China, il Giappone, gli Stati Uniti: in tutte egli rivela, senza pretesa alcuna e senza sforzo, la soda e vasta sua coltura scientifica ed artistica, il sagace spirito d'osservazione, e l'animo suo generoso, preoccupato delle sofferenze degli umili.
Sarebbe stato un peccato lasciar disperse queste interessanti lettere sopra 166 numeri di un giornale quotidiano, del quale ben pochi usano conservare la collezione. E però esse vennero qui riunite in un volumetto, che tornerà gradito certamente ai molti amici del nostro glabe-trotter e che costituùà per lui un ricordo di un bell'episodio della sua gioventù, spesa così bene negli studii e nel lavoro. A lui pertanto uno schietto plauso, ed insieme un vivo ringraziamento per il tratto squisito, con cui, vincendo la sua grande modestia, permise agli editori di fare questa pubblicazione.
Giovanni Anastasi
Redattore del C. d. T.



Partiti da Vienna la mattina del 19 ottobre 1900, il buon amico che mi accompagna in questo bel viaggio ed io, passiamo due giorni a Buda-Pest ove la posizione stupenda e diversi bellissimi monumenti fermano la nostra ammirazione. Il nostro desiderio era stato di scendere il Danubio col piroscafo e di visitare anche Belgrado e Bucharest, ma con nostro grande rammarico sentiamo che la navigazione, che viene sempre intorrotta di inverno, è già sospesa: il che ci fa cambiare itinerario. Prendiamo l'express della notte ed arriviamo a Constanza, porto del Mar Nero, alla sera del giorno 21, dopo aver viaggiato circa 24 ore. Peccato che ci siamo svegliati stamane dopo aver già passato la parte più interessante, e cioè le famose "porte di ferro" che così non abbiamo potuto vedere nè navigando, nè passando in treno.
Quando venne il giorno, ebbimo un'ora ancora vicino al Danubio fra ridenti colline, poi tutto il resto della giornata fu speso nell'attraversare le desolate pianure della Rumenia ove non si vede nessuna città, nemmeno un villaggio. Le abitazioni umane debbono nascondersi dietro piccoli rialzi del terreno che non si possono chiamare colline. Piccola fermata a Bucarest, la cui stazione ferroviaria rassomiglia a quella di una qualsiasi città di provincia francese: vi si parla molto il francese: anche le divise sono di taglio francese. Passiamo due ponti bellissimi sul Danubio, di cui uno ha 40 arcate, e, dopo aver fatto chi sa quanti chilom. sopra un molo attraverso le paludi danubiane, eccoci finalmente a Constanza, ed a mezzanotte a bordo del "Regele Carol I." bastimento bellissimo, di grandezza media, comandato da un capitano amabilissimo ed uomo istruito che, avendo studiato nella marina francese, ha viaggiato molto sopra bastimenli di guerra francesi. I navigli del Mar Nero appartengono al governo rumeno.
Ci svegliamo alla mattina con un sole magnifico: il mare è azzurro, i delfini saltano sull'acqua, agitala da una leggera brezza. Insomma, una traversata ideale. Verso il tocco eccoci già all'entrata del Bosforo: a destra i resti delle antiche fortificazioni genovesi, a sinistra quelle moderne dei Turchi. Il Bosforo co' suoi mille panorami cangianti è certo uno dei più bei siti del mondo; con questo tempo splendido poi ci fa una impressione immensa.
Sul quai di Galata riconosciamo subito il nostro agente, che ci aspetta assieme all’insuperabile nostro dragomanno Casimir Armajo che avevamo impegnato già prima.
Avevano il fez in testa ed in segno di riconoscimento l'uno teneva in mano un fazzoletto, l'altro il nostro dispaccio!
Lasciamo dapprima scendere il pubblico numerosissimo dei secondi posti che si schiaccia sulla strettissima passerella, battendovisi coi facchini che vogliono venir a bordo. Finalmente ci decidiamo anche noi, e a forza di mancie arriviamo a terra senza che ci abbiano pestato i calli.
Gli argomenti sonanti del dragomanno Casimiro ci fanno passare con facilità anche la dogana; bisogna però convenire che doganieri, facchini ed altri "fanagottoni " che popolano questo quai sono una massa di ladri e di farabutti. Finalmente possiamo prendere una vettura coll'agente, mentre Casimiro segue coi bagagli.
La prima gita che facciamo accompagnati dal fido Casimiro è a cavallo, il giro dei bastioni. Attraversiamo il ponte, poi Stambul colle stradicciuole sporche e mal selciate, ed arriviamo alle "Sette torri", antico castello saraceno sul mare, che forma il principio dei bastioni. Montiamo sopra una di queste torri mezzo rovinate ed ammiriamo la più bella vista imaginabile. In un'altra torre troviamo delle prigioni ed istrumenti di tortura; poi si esce da una porta dei bastioni e tosto ci troviamo in piena campagna biblica: le colline nude, i cipressi, gli ulivi, le casette bianche. Alla nostra destra, per lungo tratto, i vecchi bastioni in rovina, pittoreschi, coperti di verdura.
I minareti bianchi, il cielo tanto azzurro, la vegetazione, tutto evoca in me le imagini del paese nel quale passò Gesù Cristo: sarà un'aberrazione mentale, ma è così!
Visitiamo l'antica moschea detta "dei mosaici" conservando essa stupendi mosaici cristiani del secolo III. Sono scene bibliche, figure d'apostoli, di una freschezza, di una perfezione inaudite. La nostra cavalcata si termina alla collina d’Eyub, dalla quale si dovrebbe godere di un bellissimo tramonto, ma il sole s'è nascosto anzi tempo dietro a alle nubi e la notte poi viene prestissimo.
Per l'indomani abbiamo combinato la spedizione alle isole dei Principi col nostro agente. Egli ci accompagna dunque sul ponte di Stambul, ove c'imbarchiamo sopra un vaporetto turco.
Tosto si esce dal Bosforo passando dal lato di Scutari, vicino ad un faro bianco in mezzo ai cipressi. Ammiriamo dietro a noi la vista stupenda di Stambul con le due grandi moschee Santa Sofia e Achmed, ed il vecchio serraglìo dalle terrazze guarnite di verdura e dalle antiche colonne corintie, poi l'entrata del Corno d’oro sparso di bastimenti dai mille “pavillons” differenti; e più in là Pera, il palazzo imperiale di Dolma-Badjé dominato, tale un guardiano severo, dal cubo pesante e monumentale dell' ambasciata tedesca. In fondo il Bosforo sino a Robert Col1ege (università americana, che quei milionari intelligentissimi hanno avuto l'accortezza di mettere nel più bel posto del Bosforo) e dalla parte asiatica sino al palazzo di Belar-Bey, proprietà del Sultano. È un panorama unico, guastato soltanto dalla nebbia che va aumentando.
Ci avviciniamo alle isole dei Principi, gruppo di isolotti nel mar di Marmara, poco distanti dalla costa asiatica, e villeggiatura preferita dei Costantinopolitani.
Le quattro isole principali sono: Proti, Antigone, Halki e Prinkepo. Ad Halki vi è l'accademia navale turca; a Prinkepo, la più grande, una quantità d'alberghi e di ville. È qui che salpiamo, facendovi una bellissima passeggiata sopra una collina; quivi, causa la vista splendida, fu costrutto un albergo colossale, che ha finito poi col restare chiuso tutto l'anno, il governo avendo proibito d'installarvi la "roulette".
Dopo colazione facciamo il giro dell'isola in vettura, passando a vicenda fra parti rocciose prive di vegetazione, e bellissime pinete. Al ritorno piove: la traversata è dunque poco piacevole.
Abbiamo potuto ottenere dei biglietti per visitare i castelli imperiali. Difatti alle 9 del mattino vediamo comparire un "cavash" (chasseur) dell'ambasciata tedesca e sotto la sua scorta e quella del nostro Casimir ci incamminiamo all'antico scrraglio, alla punta di Stambul.
Una volta era la residenza dei sultani, oggi è abitato da alcune vedove dei sultani morti. Consiste di più fabbricati disposti in giro a dei cortili, e di due o tre padiglioni in un giardino a terrazze, mal tenuto e di aspetto miserabile. Mancano ancora diversi invitati, per cui ci fanno aspettare in uno di questi padiglioni. Preferisco stare sulla terrazza, ove, con un tempo splendido, godo di una vista incantevole sul Corno d'oro, il Bosforo ed il mar Marmara. Finalmente eccoci tutti riuniti e condotti da un assistente del sultano ad ammirare il tesoro, tenuto d'occhio da una trentina di funzionari. Vi sono gioielli di valore immenso: belli sopra tutti gli smeraldi.
Scendiamo al mare, ove ci fanno montare in diversi "caik " del sultano, ad otto rematori ciascuno, e ci conducono al palazzo di Belar-Bey sulla riva asiatica. Nel "caik " mi trovo accanto all'aiutante del sultano, giovane ufficiale di cavalleria, col quale faccio più ampia conoscenza: ampia per modo di dire, visto che le sue conoscenze della lingua francese sono piuttosto meschine. È però amabilissimo, e mi presento a lui qual collega d'armi.
Belar-Bey ha servito di residenza all’imperatrice Eugenia. È un bel palazzo con sale ben proporzionate, grandissime: ma nulla di straordinario, nè come architettura nè come mobiglio. Ciò che mi piace di più è la sua posizione, direttamente sull'acqua, avendo in faccia delle vecchie rovine dominate da Robert-College.
Rimontiamo i nostri "caik" e ci facciamo condurre a Dolma-Badje, situata anche esso sul Bosforo, ma dall'altra parte, ed esso pure sempre vuoto, il sultano dimorando a Yldiz-Kiosk. Stanca colla sua grandezza e gli oggetti così detti d'arte che contiene, di cattivissimo gusto; perciò siamo contenti quando la visita ne è terminata.
Dopo pranzo, in vettura alle acque dolci d'Europa, il ruscello che forma il Corno d'oro dietro a Costantinopoli. D'estate è il Corso della Città, ora è abbandonato. Un ponte mezzo sconquassato che la vettura deve passar  “vuota” coi cavalli condotti a mano, ci dà un'idea poco gradevole del servizio ottomano di costruzioni pubbliche!
Terminiamo la passeggiata a piedi, risalendo ad Eyub, ove stavolta godiamo di un tramonto stupendo; poi si torna di notte, con tutti i minareti illuminati pel Ramazan, attraverso il Corno d'oro, in un piccolo battellino. Ritorno incantevole!

 

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